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Entrare nella cantina di un vigneron francese significa spesso incontrare la stessa persona in luoghi diversi.
In vigna.
Davanti a una vasca.
Tra le botti.
E infine al tavolo di degustazione.
È una delle esperienze che mi hanno fatto comprendere quanto il vino possa essere legato non soltanto a un territorio, ma anche alla persona che decide come interpretarlo.
Ma c'è un equivoco che preferisco chiarire subito.
Essere piccoli, artigiani o indipendenti non basta a fare un grande vino.
L'indipendenza non è una garanzia automatica di qualità.
Può però creare una condizione particolarmente interessante: chi coltiva la vite, produce il vino e lo presenta al mercato mantiene un rapporto diretto con molte delle decisioni che ne determinano il carattere.
Ed è proprio questa continuità che cerco di comprendere quando incontro un produttore in Francia.

In italiano potremmo tradurlo semplicemente come viticoltore.
Ma la parola francese vigneron può indicare qualcosa di più ampio.
Non soltanto chi possiede o coltiva un vigneto, ma chi segue direttamente la vite e partecipa alla trasformazione dell'uva in vino.
È una distinzione importante.
Coltivare l'uva e produrre vino non sono necessariamente la stessa attività.
Esistono aziende che acquistano uve, mosti o vini. Cooperative che vinificano la produzione dei propri soci. E produttori che coltivano personalmente i vigneti e trasformano le proprie uve nella propria cantina.
Sono modelli differenti.
Nessuno, per definizione, produce automaticamente vini migliori degli altri.
Ma raccontano rapporti diversi tra chi firma una bottiglia e la materia prima da cui nasce.
In Francia l'espressione Vigneron Indépendant non è soltanto una descrizione suggestiva.
Identifica un modello nel quale il produttore segue direttamente il percorso del proprio vino: coltiva le vigne, vinifica, segue l'affinamento e commercializza la produzione.
Questa continuità crea una responsabilità molto chiara.
Se la gestione del vigneto, il momento della vendemmia o l'affinamento non funzionano, le conseguenze si ritrovano nel vino.
Allo stesso modo, quando una bottiglia mostra precisione, identità ed equilibrio, possiamo leggerla come il risultato di molte decisioni rimaste nelle stesse mani.
Per me è questo l'aspetto più interessante dell'indipendenza:
non l'idea romantica del piccolo produttore, ma la continuità della responsabilità.
Un négociant può acquistare uve, mosti o vini e costruire la propria produzione lavorando anche con materia prima proveniente da altri viticoltori.
Una cooperativa raccoglie invece il lavoro di più soci e può occuparsi della vinificazione, dell'affinamento e della commercializzazione.
Il vigneron che produce dalle proprie vigne parte da un'organizzazione differente.
Ciò che cambia soprattutto è il rapporto con la filiera.
Nel modello indipendente la distanza tra vigneto, cantina e decisione finale può essere molto breve.
Questo può permettere al produttore di seguire una propria visione dall'inizio alla fine.
Ma sarebbe sbagliato trasformare questa differenza in una classifica.
La Francia possiede grandi vini nati da produttori indipendenti, da négociants e da realtà cooperative capaci di un lavoro estremamente rigoroso.
Il modello produttivo ci aiuta a capire come nasce un vino.
La degustazione deve ancora dirci quanto quel vino sia riuscito.
Nel vino utilizziamo spesso parole con un forte potere evocativo.
Artigianale.
Familiare.
Indipendente.
Piccolo produttore.
Possono descrivere realtà autentiche.
Ma possono diventare facilmente scorciatoie.
Una piccola azienda può lavorare magnificamente oppure male.
Un produttore indipendente può avere grande sensibilità oppure realizzare vini poco equilibrati.
La dimensione dell'azienda non garantisce precisione.
La tradizione familiare non garantisce qualità.
E l'assenza di una grande struttura commerciale non rende automaticamente il vino più autentico.
Per questo, quando seleziono, cerco sempre di separare il fascino della storia dalla qualità del vino.
Ascolto il produttore.
Cerco di comprenderne la filosofia.
Ma poi torno al calice.
Il racconto deve trovare conferma nella degustazione.
Quando arrivo in un domaine, non mi interessa soltanto degustare una successione di bottiglie.
Cerco di capire il pensiero che esiste dietro quelle bottiglie.
Quando è possibile, visitare i vigneti cambia la comprensione della degustazione.
Posizione delle parcelle, esposizione, pendenza, età delle vigne e gestione del vigneto aiutano a costruire il contesto.
Non servono per decidere in anticipo che cosa dovrò trovare nel calice.
Servono per comprendere le condizioni nelle quali il produttore lavora.
Perché vendemmiare una parcella prima di un'altra?
Perché utilizzare acciaio invece di legno?
Perché scegliere una botte grande?
Perché separare due parcelle dello stesso vitigno?
Sono domande che fanno emergere il modo di pensare del produttore.
Non cerco necessariamente decisioni complicate.
Cerco decisioni coerenti.
Questa è la parte decisiva.
Un produttore può raccontare magnificamente il proprio territorio.Può parlare di freschezza, precisione, rispetto della vigna o ricerca dell'equilibrio.
Poi però arriva la degustazione.
Se il vino è dominato dal legno, dall'alcol o da una maturità eccessiva, ciò che percepisco può essere molto diverso dalla filosofia dichiarata.
È lì che il racconto smette di essere sufficiente.
La coerenza tra ciò che viene detto e ciò che ritrovo nel calice è uno dei criteri più importanti della mia selezione.
È anche uno dei principi che approfondisco nel Metodo dell’Ultimo Bicchiere™.
L'indipendenza significa libertà, ma anche responsabilità economica e produttiva.
La stessa persona o famiglia deve spesso gestire vigneto, cantina, investimenti, commercializzazione e rapporto con i clienti.
Un'annata difficile ha conseguenze dirette.
Una produzione limitata lascia meno margine per compensare eventuali problemi.
Questo non rende automaticamente il vino migliore.
Aiuta però a comprendere perché molti vigneron sviluppino un rapporto estremamente concreto con le proprie parcelle.
Il loro lavoro non consiste soltanto nel raccontare il terroir.
Devono riuscire a viverci.
La Champagne mostra molto bene quanto sia importante leggere correttamente le definizioni.
Sulle etichette possiamo trovare sigle che identificano modelli produttivi differenti.
Un RM — Récoltant Manipulant produce Champagne nella propria struttura utilizzando uve provenienti dalla propria raccolta.
Un NM — Négociant Manipulant può utilizzare anche uve, mosti o vini acquistati.
Un RC — Récoltant-Coopérateur affida le proprie uve alla cooperativa e commercializza poi sotto il proprio marchio vini elaborati attraverso quella struttura.
Sono informazioni utili.
Ma anche qui dobbiamo evitare la scorciatoia:
RM non significa automaticamente migliore di NM.
La sigla ci aiuta a comprendere come è organizzata la produzione.
Poi dobbiamo ancora degustare.
È un principio valido ben oltre la Champagne: conoscere la struttura produttiva aiuta a leggere una bottiglia, ma non sostituisce mai il giudizio sul vino.
La mia scelta non nasce dall'idea che il piccolo sia necessariamente migliore del grande.
Nasce da ciò che cerco nel mio lavoro.
Mi interessa incontrare direttamente chi prende le decisioni.
Poter chiedere perché un vino è stato costruito in un determinato modo.
Confrontare parcelle.
Degustare più cuvée dello stesso produttore.
Comprendere le differenze tra un'annata e l'altra.
E soprattutto cercare vini che conservino un'identità leggibile.
Con un piccolo vigneron questo rapporto può essere particolarmente diretto.
Spesso la persona che mi accompagna nel vigneto è la stessa che mi spiega la vinificazione e poi versa il vino durante la degustazione.
In quella continuità posso osservare qualcosa che per me ha grande valore:
la distanza tra intenzione e risultato.
Più questa distanza è piccola, più il progetto del produttore diventa comprensibile.
Il terroir non è semplicemente il terreno.
È una relazione tra condizioni naturali e lavoro umano.
Da questo punto di vista, il vigneron indipendente rappresenta un osservatorio particolarmente interessante.
Lavora anno dopo anno sulle stesse vigne, conosce le differenze tra le parcelle e osserva come reagiscono alle diverse annate.
Il territorio non viene semplicemente “espresso” dal vino come se fosse un processo automatico.
Viene interpretato.
Ed è anche per questo che due produttori vicini possono realizzare vini profondamente differenti.
Per me non è una contraddizione.
È una delle parti più affascinanti del vino.
C'è però un rischio.
Quando conosciamo personalmente un vigneron, ascoltiamo la sua storia e visitiamo le sue vigne, è facile affezionarsi al progetto.
Ma il mio lavoro di selezionatore richiede anche distanza.
Una bella storia non può compensare un vino che non mi convince.
La simpatia del produttore non può sostituire l'equilibrio.
Una viticoltura rigorosa non significa automaticamente che ogni cuvée debba entrare nella selezione.
Posso apprezzare profondamente il lavoro di un domaine e scegliere soltanto alcuni dei suoi vini.
È anche questo, per me, rispetto per il produttore:
valutare ciò che c'è nel calice senza trasformare la sua storia in uno strumento per giustificarlo.
Conoscere chi produce un vino cambia il modo in cui possiamo comprenderlo.
Ci permette di collegare il vigneto alle decisioni di cantina.
Il territorio alla vendemmia.
La filosofia al risultato.
Ma alla fine rimane una bottiglia davanti a noi.
Ed è lì che tutto deve trovare una conferma.
Essere Vigneron Indépendant può raccontare un modello di lavoro, una responsabilità e una relazione particolarmente diretta con la propria produzione.
Non rappresenta una medaglia di qualità.
Per questo, nella selezione Siblis, l'indipendenza non è il punto di arrivo.
È uno dei luoghi nei quali vale la pena cominciare a cercare.
Perché dietro un grande vino voglio riconoscere un territorio, delle scelte e una persona. Ma tutto questo, alla fine, deve riuscire a parlare attraverso il vino.
Quando degustiamo un vino per la prima volta, è facile lasciarsi colpire da ciò che emerge immediatamente.
Un profumo molto intenso. Una grande concentrazione. Un’acidità marcata. Un legno evidente.
Sono caratteristiche che possono attirare l’attenzione e appartenere anche a vini eccellenti.
Ma quando devo decidere se un vino entrerà nella selezione Siblis, il primo impatto non è sufficiente.
Mi interessa capire qualcosa di più difficile:
che cosa succede quando l’effetto iniziale lascia spazio alla degustazione vera e propria?
È da questa domanda che nasce il Metodo dell’Ultimo Bicchiere™.
Il nome non ha a che fare con la quantità bevuta. L’“ultimo bicchiere” rappresenta simbolicamente la fase finale dell’osservazione: il tempo necessario per capire come il vino evolve, se conserva equilibrio e precisione e quale impressione lascia quando la degustazione è terminata.
Un vino può impressionare immediatamente.
Non sempre riesce a convincere nel tempo.
Durante una degustazione alcune caratteristiche si fanno notare molto rapidamente.
Un vino particolarmente aromatico può sembrare subito complesso. Una grande concentrazione può trasmettere ricchezza.
Un’acidità elevata può essere interpretata come freschezza. Un affinamento marcato in legno può suggerire profondità.
Ma nessuna di queste caratteristiche, presa da sola, rappresenta una garanzia di qualità.
Per questo cerco di non fermarmi alla prima impressione.
Con il passare del tempo il vino cambia nel calice. La temperatura varia, gli aromi possono aprirsi e alcune sensazioni diventano più leggibili.
A volte il vino acquista profondità.
A volte ciò che inizialmente sembrava interessante diventa dominante.
È proprio qui che la degustazione comincia a raccontare qualcosa in più.
Il principio è semplice:
non seleziono un vino per la sua capacità di impressionarmi all’inizio. Lo seleziono per la coerenza che riesce a mantenere durante la degustazione.
“Ultimo Bicchiere” significa quindi tempo, osservazione e continuità.
Significa tornare sul vino dopo il primo assaggio.
Osservare come si modifica nel calice.
Capire se ciò che appariva equilibrato continua a esserlo.
Verificare se il frutto rimane leggibile, se l’alcol si integra nella struttura, se il tannino mantiene qualità e se l’eventuale legno accompagna il vino senza prenderne il controllo.
Non cerco necessariamente che il vino diventi migliore con il tempo.
Cerco che rimanga coerente con la propria identità.
Non utilizzo una formula matematica e non assegno un punteggio a ogni caratteristica.
Durante la degustazione, però, ci sono alcune domande che ritornano costantemente.
L’equilibrio non significa che tutte le componenti debbano avere la stessa intensità.
Un vino può avere acidità evidente, tannini importanti o una struttura profonda.
La domanda è:
queste componenti appartengono allo stesso vino oppure sembrano competere tra loro?
Un’acidità alta può sostenere magnificamente il frutto e la struttura oppure può rimanere isolata e rendere il vino rigido.
L’alcol può contribuire al volume oppure trasformarsi in calore dominante.
Il tannino può costruire la trama oppure asciugare inutilmente il palato.
Il legno può aggiungere complessità oppure coprire il carattere del vino.
Non cerco necessariamente vini delicati.
Cerco vini nei quali ogni componente abbia una funzione e trovi una relazione con le altre.
È anche qui che ritrovo quella eleganza che non considero sinonimo di leggerezza, ma di misura e integrazione.
L’intensità si riconosce facilmente.
La precisione è più sottile.
Un vino preciso si lascia leggere.
Il frutto mantiene definizione. Gli aromi non sono confusi. La struttura è comprensibile. Il finale è coerente con ciò che abbiamo percepito prima.
Durante le degustazioni incontro vini molto differenti tra loro: alcuni sottili, altri strutturati; alcuni immediati, altri più riservati.
Non cerco di portarli tutti verso lo stesso modello.
Mi interessa capire se ciò che vogliono essere viene espresso con chiarezza.
Identità non significa uniformità.
È uno degli aspetti che osservo con maggiore interesse.
Un vino non è immobile.
L’esposizione all’aria e il cambiamento della temperatura possono modificare ciò che percepiamo al naso e al palato.
Alcuni vini iniziano in modo discreto e progressivamente diventano più complessi.
Altri mostrano molto all’inizio e successivamente perdono definizione.
Altri ancora cambiano registro mantenendo intatto il proprio equilibrio.
Non esiste un’evoluzione ideale valida per tutti.
Mi interessa soprattutto capire come cambia.
Per questo, durante una selezione, ritorno più volte sullo stesso vino.
Non per cercare continuamente nuove sensazioni, ma per verificare se ciò che avevo percepito inizialmente rimane credibile.
La lunghezza del finale è uno degli elementi utilizzati nella valutazione di un vino.
Ma la durata, da sola, non basta.
Un’amarezza eccessiva può essere persistente.
Un alcol dominante può rimanere a lungo.
Anche un tannino aggressivo può lasciare una traccia molto evidente.
Per questo preferisco domandarmi:
Che cosa rimane?
Rimane il frutto?
La freschezza?
Una trama fine?
Una sensazione aromatica precisa?
Una maggiore complessità?
Oppure rimane soltanto la componente che aveva già dominato il resto della degustazione?
Il finale è importante perché spesso rende più evidente ciò che il primo impatto riesce a nascondere.
Per sintetizzare questo modo di osservare un vino ho costruito anche il Protocollo I.P.N.™.
Tre momenti della degustazione:
Invito → Percorso → Nostalgia.
È il primo incontro.
Può essere un profumo particolarmente nitido, una freschezza precisa, la finezza del tannino oppure semplicemente l’armonia dell’ingresso in bocca.
L’Invito non deve necessariamente stupire.
Deve creare interesse.
La differenza è importante.
Non cerco il vino che grida più forte.
Cerco quello che mi fa venire voglia di comprenderlo meglio.
È il cuore della degustazione.
Qui cerco le relazioni.
Come cambia il vino?
L’acidità continua a sostenere la struttura?
Il tannino si integra?
Il legno rimane al proprio posto?
Il frutto conserva precisione?
Il vino guadagna complessità oppure perde equilibrio?
Il Percorso è ciò che permette di capire se la prima impressione era soltanto un effetto oppure l’inizio di qualcosa di più profondo.
La Nostalgia arriva quando la degustazione è terminata.
Non coincide semplicemente con una lunga persistenza aromatica.
È la traccia del vino.
Ci sono vini dei quali ricordiamo soprattutto la potenza.
Altri dei quali ricordiamo il legno.
Altri ancora lasciano qualcosa di più difficile da isolare: una forma, un equilibrio, un’identità.
È quella memoria che considero particolarmente interessante.
Invito attira l’attenzione. Percorso costruisce la conoscenza. Nostalgia lascia l’identità.
Questo metodo potrebbe far pensare che il mio obiettivo sia trovare vini tecnicamente impeccabili.
Non è così.
La perfezione tecnica, da sola, non mi interessa.
Un vino può essere estremamente preciso e lasciarmi indifferente.
Un altro può mostrare una personalità meno levigata e raccontare il proprio territorio e il proprio produttore con grande autenticità.
La selezione non è una somma di punteggi.
Cerco equilibrio, precisione, identità e coerenza.
Ma cerco anche carattere.
Un vino deve avere qualcosa di proprio da raccontare.

Quando possibile, preferisco selezionare direttamente presso i produttori.
Non soltanto perché posso degustare diversi vini.
Posso vedere le vigne, conoscere le parcelle e comprendere le decisioni che stanno dietro a ogni cuvée.
Perché una parcella viene raccolta in un determinato momento?
Perché viene scelto l’acciaio invece del legno?
Perché una parte del vino viene affinata in botte?
Perché 2 vini dello stesso domaine e dello stesso vitigno mostrano caratteri differenti?
Conoscere il terroir e le scelte del vigneron mi offre strumenti per comprendere meglio ciò che ritrovo nel calice.
Ma c’è un punto che considero fondamentale.
Il racconto del produttore non deve sostituire la degustazione.
Deve essere il vino a confermare ciò che mi viene raccontato.
È nella coerenza tra luogo, lavoro e risultato che comincio a riconoscere l’identità di un produttore.
C’è infine un principio che utilizzo quando costruisco la selezione Siblis:
ogni vino deve insegnare qualcosa di diverso.
Non mi interessa avere dieci Chardonnay che raccontano la stessa interpretazione del vitigno.
Preferisco che uno mostri la tensione di Chablis.
Un altro la maggiore ampiezza di alcune espressioni del Mâconnais.
Un altro ancora permetta di comprendere che cosa può fare un diverso affinamento.
Lo stesso vale per Pinot Noir, Chenin Blanc, Gamay, Savagnin, Riesling, Mondeuse e gli altri vitigni presenti nella selezione.
Una selezione non dovrebbe essere soltanto una somma di buone bottiglie.
Dovrebbe costruire un percorso di conoscenza.
Ogni vino deve avere una ragione per essere presente.
È questo, alla fine, il significato del Metodo dell’Ultimo Bicchiere™.
Non cercare il vino capace di impressionare più rapidamente.
Cercare quello che continua a essere coerente quando gli dedichiamo maggiore attenzione.
Quello che mantiene equilibrio mentre cambia nel calice.
Quello che conserva precisione senza affidarsi soltanto all’intensità.
Quello che riesce a raccontare un luogo e le scelte di chi lo ha prodotto.
Il primo impatto può attirare l’attenzione.
Ma è ciò che rimane dopo la degustazione a farmi decidere se un vino merita di entrare nella selezione Siblis.
«Non mi piace lo Chardonnay.»
È una frase che può capitare di ascoltare durante una degustazione.
La prima domanda che mi viene in mente è semplice: quale Chardonnay?
Uno Chablis fresco e preciso? Un Saint-Véran dalla struttura più ampia? Un Pouilly-Fuissé affinato in legno? Oppure uno Champagne Blanc de Blancs?
Sono interpretazioni profondamente diverse, anche quando alla loro origine troviamo lo stesso vitigno.
È proprio questo uno degli aspetti più interessanti dello Chardonnay: non possiede uno stile unico.
Può essere teso oppure avvolgente, essenziale oppure complesso, caratterizzato da profumi di agrumi o da note di frutta più matura.
E non è soltanto una questione di territorio.
Anche il momento della vendemmia, la vinificazione e l'affinamento contribuiscono a costruire il carattere del vino.
Per questo, quando parlo di Chardonnay, preferisco partire da una domanda diversa.
Non soltanto che vitigno è, ma come è stato interpretato.
Lo Chardonnay è una varietà a bacca bianca strettamente legata alla Borgogna, dove è protagonista di numerose denominazioni.
Una delle sue caratteristiche più interessanti è la capacità di esprimersi attraverso profili differenti, senza possedere necessariamente l'impronta aromatica immediata di vitigni come Sauvignon Blanc o Gewürztraminer.
Può ricordare il limone e la mela verde, oppure la pera, la pesca e la frutta più matura.
Può avere una struttura sottile oppure una consistenza più piena.
Ma queste caratteristiche non rappresentano un elenco di profumi che appartengono sempre allo Chardonnay.
Sono possibilità.
Il risultato dipende dall'interazione tra ambiente, maturazione delle uve e scelte del produttore.
Se vogliamo comprendere un vino, quindi, il nome del vitigno è soltanto il primo indizio.
Quando cerco di comprendere uno Chardonnay, mi interessa conoscere soprattutto 3 aspetti.
Sono domande che possiamo porci anche senza possedere una preparazione tecnica approfondita.
Il territorio fornisce le prime indicazioni.
In un ambiente generalmente più fresco, lo Chardonnay può conservare un'acidità elevata ed esprimere profumi che ricordano gli agrumi o la mela verde.
In condizioni che favoriscono una maturazione maggiore, possiamo incontrare frutti più maturi, maggiore volume e una struttura differente.
Ma attenzione: non basta guardare la posizione geografica.
Esposizione, altitudine, andamento dell'annata e momento della vendemmia possono cambiare sensibilmente il risultato.
Per comprendere questa relazione è utile conoscere il terroir, cioè l'interazione tra luogo, condizioni naturali e lavoro del vigneron.
Per questo considero la provenienza un punto di partenza, non una risposta definitiva.
È una delle informazioni che cerco sempre quando incontro un vigneron.
Il vino è stato fermentato e affinato in acciaio? In legno? In una combinazione di contenitori?
L'acciaio non apporta gli aromi caratteristici del rovere.
Il legno, invece, può contribuire alla struttura e all'evoluzione del vino e, secondo il tipo di contenitore utilizzato, introdurre note di vaniglia, tostatura o spezie.
Non tutti gli Chardonnay affinati in legno, però, hanno un carattere boisé evidente.
Una botte grande e utilizzata da diversi anni non ha lo stesso impatto aromatico di una barrique nuova.
E soprattutto:
legno non significa automaticamente qualità, così come acciaio non significa semplicità.
Conta il risultato.
Qui entriamo nella degustazione vera e propria.
Uno Chardonnay può apparire lineare, sostenuto da un'acidità evidente, oppure mostrare una consistenza più cremosa e avvolgente.
Questa differenza non dipende necessariamente dal legno.
La fermentazione malolattica, durante la quale l'acido malico viene trasformato in acido lattico, modifica la composizione acida del vino e può contribuire a una percezione più morbida.
In determinate condizioni può inoltre favorire aromi che ricordano il burro.
L'affinamento sulle fecce fini, costituite prevalentemente dai lieviti che rimangono dopo la fermentazione, può invece contribuire alla consistenza e alla complessità.
Sono processi differenti che il produttore può gestire per costruire il proprio stile.
La domanda che mi interessa, alla fine, rimane sempre la stessa:
tutti questi elementi riescono a convivere in equilibrio?
Per rendere concreto il discorso, prendiamo due territori che conosco direttamente attraverso il mio lavoro di selezione.
Chablis e Saint-Véran.
Entrambi si trovano in Borgogna ed entrambi producono vini bianchi da Chardonnay.
Eppure, durante una degustazione, possono offrire esperienze molto differenti.
A Chablis ci troviamo nella parte settentrionale della Borgogna.
Il contesto climatico relativamente fresco contribuisce a creare condizioni nelle quali lo Chardonnay può conservare un'acidità ben riconoscibile.
Nei vini possiamo incontrare profumi di agrumi, mela verde, fiori bianchi e una struttura sostenuta dalla freschezza.
Ma non bisogna immaginare che ogni Chablis sia necessariamente sottile.
Un Premier Cru o un Grand Cru possono mostrare materia, profondità e complessità.
Anche il legno può trovare spazio, secondo l'interpretazione del produttore.
Nella selezione Siblis lavoro con Domaine Testut.
È un territorio che conosco e che considero particolarmente interessante per osservare quanto uno Chardonnay possa esprimere precisione senza rinunciare al carattere.
Spostiamoci nel Mâconnais, più a sud.
Qui troviamo Saint-Véran, una denominazione che permette di osservare un'altra interpretazione dello stesso vitigno.
Le condizioni climatiche, le esposizioni e le caratteristiche dei vigneti sono differenti rispetto a Chablis.
In molte interpretazioni possiamo incontrare un frutto più maturo, una struttura più ampia e sensazioni che ricordano pera, pesca o frutta a polpa gialla.
Ma anche Saint-Véran può mostrare freschezza, precisione e una notevole tensione.
Con Domaine Gaillard, uno dei produttori della mia selezione, ho la possibilità di approfondire diverse espressioni dello Chardonnay del Mâconnais.
È proprio questo il confronto che trovo utile.
Non per stabilire quale dei due territori produca il vino migliore, ma per comprendere come uno stesso vitigno possa assumere identità differenti.
Uno Chardonnay non deve assomigliare a un altro per essere ben riuscito. Deve essere coerente con la propria identità.
Restiamo nel Mâconnais.
Pouilly-Fuissé è un'altra denominazione particolarmente interessante per comprendere la versatilità dello Chardonnay.
Qui possiamo incontrare vini con profondità e struttura, capaci di unire frutto, freschezza e complessità.
L'affinamento in legno può contribuire al risultato, ma non deve essere necessariamente il protagonista.
Un Pouilly-Fuissé può risultare ampio senza essere pesante, complesso senza diventare eccessivamente segnato dal legno.
È una distinzione importante.
Durante la selezione non cerco automaticamente il vino più concentrato.
Mi interessa comprendere come quella concentrazione sia sostenuta dal resto della struttura.
Un vino può avere grande materia, ma se l'alcol domina, il legno copre il frutto o il finale perde precisione, qualcosa nell'equilibrio non mi convince.
La qualità non coincide con la quantità di sensazioni.
Conta il modo in cui queste si integrano.
C'è un'altra interpretazione che merita attenzione.
Lo Champagne.
Lo Chardonnay è uno dei vitigni fondamentali della regione e può essere utilizzato sia negli assemblaggi sia nella produzione di Champagne Blanc de Blancs.
Quest'ultima espressione indica uno Champagne prodotto esclusivamente da uve a bacca bianca, generalmente Chardonnay, ma non necessariamente soltanto da questa varietà.
Qui dobbiamo considerare una variabile ulteriore: l'effervescenza.
La seconda fermentazione in bottiglia e la maturazione sui lieviti contribuiscono a creare una struttura e un profilo aromatico differenti da quelli di un vino fermo.
Possiamo trovare note agrumate e floreali, accompagnate, con l'evoluzione, da sensazioni di brioche, frutta secca e pane tostato.
L'effervescenza introduce inoltre una dimensione tattile che modifica la percezione del vino.
È un'altra dimostrazione di quanto il nome del vitigno non sia sufficiente a descrivere il risultato finale.
Arriviamo alla parte più pratica.
Immaginiamo di leggere una carta dei vini o una scheda tecnica e di voler capire quale stile aspettarci.
Non serve conoscere ogni denominazione francese.
Possiamo iniziare cercando tre informazioni.
La prima è il luogo.
Chablis, Saint-Véran e Pouilly-Fuissé indicano territori differenti.
La provenienza aiuta a formulare una prima ipotesi sul carattere del vino, ma non descrive automaticamente il risultato.
La seconda è l'affinamento.
Acciaio, botte grande e barrique sono indicazioni utili.
Da sole, però, non bastano: contano l'età del legno, la durata dell'affinamento e l'approccio del produttore.
La terza è il linguaggio della descrizione.
Agrumi, mela verde e acidità vivace possono suggerire un profilo fresco e teso.
Pesca matura, nocciola e consistenza cremosa possono far pensare a un vino più ampio o a un particolare lavoro di cantina.
Sono indizi, non formule.
Per questo una buona scheda tecnica dovrebbe aiutare a comprendere il vino, non limitarsi a elencare aromi o a utilizzare aggettivi come elegante, minerale e complesso.
Più informazioni riusciamo a mettere in relazione, più diventa semplice orientarci.
Quando visito un produttore, il nome della denominazione e il prestigio del territorio non sono sufficienti a convincermi.
Cerco di comprendere il suo progetto.
Mi interessa sapere perché ha scelto un determinato momento per la vendemmia, come utilizza i contenitori e quale risultato desidera ottenere.
Poi arriva la degustazione.
Osservo l'acidità, la qualità del frutto, la struttura, l'integrazione dell'eventuale legno e il finale.
Non pretendo che uno Chablis assomigli a un Saint-Véran o che un Pouilly-Fuissé debba necessariamente avere più concentrazione per dimostrare la propria qualità.
Cerco coerenza.
Uno Chardonnay fresco deve avere equilibrio, non soltanto acidità.
Uno Chardonnay strutturato deve conservare precisione, non soltanto volume.
Un vino affinato in legno deve dimostrare integrazione, non semplicemente la presenza del contenitore.
È questo che mi interessa trasmettere attraverso la selezione Siblis.
Non esiste un unico Chardonnay capace di rappresentare tutte le possibilità del vitigno.
Conoscere lo Chardonnay significa imparare a riconoscere le sue differenze, non cercare di ricondurle tutte allo stesso stile.
Terroir nel vino: cosa significa davvero e quanto conta nel bicchiere?
Due vigneti possono trovarsi a poche centinaia di metri di distanza, essere coltivati con lo stesso vitigno e dare origine a vini differenti.
Com'è possibile?
La risposta che sentiamo più spesso è una sola: terroir.
È una parola francese diventata familiare anche a chi non conosce approfonditamente il mondo del vino. La troviamo nelle schede tecniche, nei racconti dei produttori e nelle descrizioni delle grandi denominazioni.
Eppure viene spesso utilizzata come se fosse semplicemente sinonimo di terreno.
Il terroir è qualcosa di più complesso. Comprende il luogo, le sue condizioni naturali e il lavoro delle persone che hanno imparato a interpretarlo.
Comprenderlo significa iniziare a guardare il vino da una prospettiva diversa.
Non soltanto come un insieme di profumi e sapori, ma come il risultato di una relazione tra natura e uomo.

Il terroir è un concetto che descrive l'interazione tra un ambiente naturale identificabile e le conoscenze e le pratiche vitivinicole sviluppate in quel luogo.
Comprende il suolo, il clima, la conformazione del territorio, l'ambiente biologico e il lavoro dell'uomo.
Non è quindi una semplice caratteristica geografica.
È una relazione.
Un terreno calcareo non produce automaticamente un grande vino. Un vigneto ben esposto non garantisce da solo uve eccellenti. E neppure il lavoro di un bravo vigneron può essere compreso separatamente dalle condizioni in cui opera.
Il terroir nasce dall'interazione di questi elementi.
È ciò che ci aiuta a comprendere perché un determinato luogo possa contribuire a conferire un'identità riconoscibile ai suoi vini.
Per comprendere meglio questo concetto, osserviamo quattro elementi che contribuiscono a costruire il carattere di un vino.
Argilla, calcare, sabbia, marne, granito, scisto.
Quando parliamo di terroir, la composizione del terreno è spesso il primo elemento che viene citato.
Ma che cosa cambia realmente per la vite?
I diversi suoli possono influenzare la disponibilità di acqua, il drenaggio, la temperatura del terreno e lo sviluppo dell'apparato radicale.
Un terreno profondo, capace di trattenere acqua, offre condizioni differenti rispetto a un suolo sottile e molto drenante.
Queste caratteristiche possono modificare la crescita della pianta e la maturazione delle uve.
È importante, però, evitare un equivoco: i minerali presenti nelle rocce non si trasformano direttamente in aromi di pietra o gesso nel vino.
La vite assorbe elementi minerali necessari alla propria crescita, ma questo non significa che possiamo riconoscere nel calice il sapore della roccia presente nel vigneto.
La cosiddetta mineralità è una descrizione sensoriale più complessa, che non può essere attribuita automaticamente alla geologia.
Il suolo influenza la vite attraverso diversi processi.
Non è un ingrediente aromatico.
Temperature, precipitazioni e insolazione influenzano il ciclo vegetativo della vite.
In un ambiente più fresco, la maturazione può procedere più lentamente e le uve possono conservare un'acidità diversa rispetto a quelle coltivate in un ambiente caldo.
Temperature più elevate possono favorire un accumulo più rapido degli zuccheri, che durante la fermentazione saranno trasformati in alcol.
Ma non esistono conseguenze identiche per ogni vitigno e per ogni annata.
Conta anche il microclima: le condizioni specifiche di un vigneto, che possono essere differenti da quelle di un altro appezzamento della stessa regione.
È uno dei motivi per cui conoscere soltanto il nome di una denominazione non basta a comprendere completamente il carattere dei suoi vini.
Immagina 2 vigneti sullo stesso versante.
Uno riceve più sole durante il giorno. L'altro è esposto diversamente oppure si trova in una posizione dove l'aria fredda tende ad accumularsi.
Le uve non matureranno necessariamente allo stesso modo.
Esposizione, pendenza, altitudine e circolazione dell'aria possono modificare temperatura, umidità e disponibilità di luce.
Anche differenze relativamente piccole nella posizione del vigneto possono diventare significative.
Questo ci aiuta a comprendere perché in alcune regioni francesi la distinzione tra le singole parcelle abbia assunto un'importanza così grande.
Il territorio non è uniforme.
E neppure il vino che ne deriva.
C'è un elemento che considero fondamentale.
La persona.
Il terroir non si esprime indipendentemente dal lavoro del vigneron.
La scelta del vitigno, la gestione della vegetazione, le rese e il momento della vendemmia influenzano il risultato.
Anche in cantina le decisioni possono modificare profondamente il carattere del vino.
Pensiamo alla fermentazione, all'utilizzo del legno o alla durata dell'affinamento.
Due produttori che lavorano uve provenienti dalla stessa zona possono ottenere vini differenti perché interpretano diversamente la materia prima.
Questo non significa che uno dei due esprima necessariamente il terroir e l'altro no.
Significa che il vino è anche il risultato di un luogo interpretato attraverso delle scelte.
Per me, conoscere il vigneron è uno dei modi per comprendere meglio il territorio che ho davanti.
La Borgogna offre uno degli esempi più interessanti per comprendere l'importanza del luogo di origine.
Qui troviamo i Climats: parcelle di vigneto precisamente delimitate e identificate con un proprio nome, distinte nel corso dei secoli attraverso l'osservazione delle condizioni naturali e il lavoro dei viticoltori.
La loro individualità è legata a caratteristiche come posizione, suolo, esposizione e storia viticola.
Nella Côte de Nuits e nella Côte de Beaune, questo sistema ha raggiunto un'importanza tale da ottenere nel 2015 il riconoscimento UNESCO come patrimonio mondiale.
La cosa interessante è che non servono decine di vitigni differenti per comprendere la diversità del territorio.
Pinot Noir e Chardonnay sono protagonisti di numerose interpretazioni.
Ma il luogo cambia.
Cambiano le condizioni naturali.
Cambiano le scelte dei produttori.
E possono cambiare le caratteristiche dei vini.
È uno dei motivi per cui la Borgogna rappresenta un riferimento particolarmente interessante per chi desidera comprendere il terroir.
Proviamo a rendere il concetto ancora più concreto.
Prendiamo lo Chardonnay.
A Chablis ci troviamo nella parte settentrionale della Borgogna, in un contesto climatico generalmente più fresco.
Nel Mâconnais siamo invece più a sud, dove le condizioni climatiche e la conformazione dei vigneti possono essere differenti.
Queste diversità contribuiscono a influenzare la maturazione delle uve e le caratteristiche dei vini.
Ma sarebbe scorretto attribuire ogni differenza che troviamo nel calice esclusivamente al terroir.
Anche l'annata, la data della vendemmia e le scelte di vinificazione hanno un ruolo importante.
Per comprendere davvero il contributo del luogo dobbiamo cercare di distinguere, per quanto possibile, l'influenza dell'ambiente dalle decisioni del produttore.
È proprio questa complessità a rendere il mondo del vino così interessante.
Un vino può provenire da un territorio celebre e risultare poco convincente.
Allo stesso modo, un vino nato in una zona meno conosciuta può dimostrare grande identità e qualità.
L'origine racconta da dove arriva il vino.
Non basta, da sola, a stabilire quanto sia riuscito.
Le denominazioni di origine, come le AOC francesi, proteggono un nome geografico e stabiliscono precise condizioni di produzione. Si fondano sul legame tra prodotto e territorio, ma non sostituiscono la valutazione del singolo vino.
Per questo considero importante distinguere tre aspetti.
Origine: da dove proviene il vino.
Identità: quali caratteristiche lo rendono riconoscibile.
Qualità: quanto il risultato è equilibrato, coerente e riuscito.
Sono concetti collegati, ma non intercambiabili.
Un territorio può offrire condizioni favorevoli e un'identità distintiva. Il risultato dipenderà anche dal lavoro del produttore e dall'andamento dell'annata.
Non possiamo osservare un singolo vino e pretendere di individuare con certezza il terreno su cui è cresciuta la vite.
La degustazione non è una lettura geologica del calice.
Possiamo però imparare a formulare domande più interessanti.
Come cambia uno stesso vitigno quando proviene da territori differenti?
Quali caratteristiche ritornano nei vini di una determinata zona?
Quanto incidono le scelte del produttore?
Quali differenze emergono confrontando più parcelle dello stesso domaine?
La degustazione comparativa è particolarmente utile perché permette di costruire riferimenti attraverso l'esperienza.
Quando possibile, confrontare vini della stessa annata e con metodi di vinificazione simili aiuta a limitare alcune variabili, senza pretendere di isolarle completamente.
Non cerchiamo di indovinare una roccia.
Cerchiamo di comprendere una relazione.

Quando incontro un vigneron in Francia, il mio lavoro non comincia e non finisce con la degustazione.
Cerco di comprendere dove si trovano le vigne, come vengono coltivate e quali scelte guidano la produzione.
Mi interessa sapere perché una parcella viene vendemmiata prima di un'altra.
Perché un produttore sceglie un determinato contenitore.
Perché due vini dello stesso domaine, nati dallo stesso vitigno, possano esprimere personalità differenti.
Cerco coerenza tra ciò che il produttore racconta, il lavoro che svolge e quello che ritrovo nel vino.
Questo non significa selezionare un vino soltanto perché proviene da un territorio particolare.
Il luogo deve contribuire a un'identità riconoscibile, ma il risultato deve convincermi anche per equilibrio, precisione ed eleganza.
Il terroir mi aiuta a comprendere da dove nasce un vino. La degustazione mi permette di valutare come quel luogo è stato interpretato.
Ed è proprio nell'incontro tra queste due dimensioni che comincia il mio lavoro di selezione.
“Elegante” è una delle parole che utilizziamo più spesso per descrivere un vino.
E forse proprio per questo è anche una delle meno chiare.
Un vino è elegante perché è delicato? Perché ha poco alcol? Perché non ha tannini aggressivi? Perché possiede profumi raffinati?
In realtà, nessuna di queste caratteristiche, presa da sola, basta a definire l’eleganza.
Quando durante una degustazione utilizzo questa parola, non sto cercando necessariamente un vino leggero o sottile. Cerco qualcosa di più difficile da isolare: la capacità di componenti diverse di stare insieme senza che una debba imporsi sulle altre.
È qui che, per me, comincia l’eleganza.

È probabilmente il primo equivoco da eliminare.
Un vino elegante può essere leggero, ma può anche avere struttura, profondità e concentrazione.
Un Pinot Noir di Borgogna può esprimersi attraverso una trama sottile e delicata. Uno Chardonnay maturo, un Chenin Blanc o alcuni grandi vini rossi francesi possono avere invece maggiore materia e mantenere comunque grande finezza.
Sono vini molto diversi tra loro.
E possono essere tutti eleganti.
Per questo preferisco distinguere due concetti: peso ed equilibrio.
Il peso ci dice quanto il vino si fa sentire in bocca.
L’equilibrio ci racconta invece come le sue diverse componenti convivono.
Un vino può avere molta materia ed essere armonico. Al contrario, può essere leggero ma scomposto, tagliente o privo di definizione.
La leggerezza, quindi, non garantisce l’eleganza.
Acidità, alcol, tannino, frutto, struttura, eventuale residuo zuccherino, affinamento.
Non esiste una proporzione ideale valida per tutti i vini.
Uno Chablis non può avere lo stesso equilibrio di un Gewürztraminer alsaziano. Un Pinot Noir non si costruisce come una Mondeuse della Savoia. E un vino giovane può mostrare un assetto diverso da quello che raggiungerà dopo alcuni anni di evoluzione.
Eppure nei vini più riusciti ritorna spesso una sensazione precisa:
nulla sembra fuori posto.
Si associa spesso l’eleganza alla freschezza e quindi, automaticamente, a un’acidità elevata.
Ma più acidità non significa necessariamente più qualità.
L’acidità contribuisce alla tensione e alla freschezza del vino, ma deve trovare materia, frutto e struttura con cui dialogare. Quando emerge da sola, il vino può risultare rigido o sbilanciato.
La domanda interessante, quindi, non è:
“Quanto è alta l’acidità?”
ma:
“Quanto bene è integrata nel vino?”
È una differenza apparentemente piccola, ma cambia il modo di degustare.
Lo stesso ragionamento vale per l’alcol.
Contribuisce al corpo e alla sensazione di calore, ma la percentuale riportata sull’etichetta, da sola, non ci dice se un vino sarà elegante.
Conta come quella componente viene percepita all’interno dell’insieme.
Quando il calore alcolico prende il sopravvento, la sensazione di precisione diminuisce.
Per questo, nella mia idea di eleganza, preferisco parlare di misura.
Non necessariamente meno.
Ma niente di più di ciò che il vino riesce davvero a sostenere.
Il tannino viene spesso valutato soltanto in termini quantitativi: tanto tannino, poco tannino.
È molto più interessante chiedersi che tipo di tannino stiamo percependo.
È duro? Verde? Asciutto? Maturo? Fine? Setoso?
Nei rossi eleganti non cerco necessariamente tannini deboli. Cerco tannini capaci di appartenere al vino.
Possono essere presenti, persino decisi, ma non sembrano qualcosa di separato dalla struttura.
La quantità può impressionare.
La qualità della trama racconta molto di più.
Anche l’affinamento in legno merita attenzione.
Barrique e qualità non sono sinonimi.
Il legno è uno strumento nelle mani del vigneron: può contribuire alla struttura, all’evoluzione e alla complessità aromatica del vino. Ma non dovrebbe necessariamente diventare ciò che riconosciamo per primo.
Quando durante una degustazione penso prima al legno e soltanto dopo al vino, probabilmente quell’integrazione non è ancora stata raggiunta — oppure il produttore ha scelto consapevolmente uno stile diverso.
Nei vini che amo selezionare, il contenitore dovrebbe aiutare a raccontare il vino, non sostituirsi alla sua voce.
Un altro equivoco frequente è confondere la qualità con l’intensità.
Un vino può avere profumi potenti, grande concentrazione, colore profondo e un ingresso in bocca impressionante.
Sono caratteristiche che possono appartenere a vini eccellenti.
Ma non sono, da sole, una prova di eleganza.
A volte un vino meno appariscente racconta molto di più quando gli dedichiamo attenzione.
Gli aromi sono nitidi.
Le sensazioni rimangono leggibili.
Il frutto conserva la propria identità.
Il territorio riesce a emergere.
Il finale non lascia semplicemente intensità, ma una sensazione precisa.
È quella che definirei precisione.
E per me è uno dei caratteri più interessanti di un vino elegante.
La lunghezza del finale è uno degli elementi che osserviamo durante una degustazione.
Ma anche qui la durata, da sola, non basta.
Un eccesso di alcol, un sapore amaro o un tannino aggressivo possono essere molto persistenti. Non per questo rappresentano qualità.
Bisogna quindi chiedersi anche:
che cosa rimane?
Il frutto?
La freschezza?
Una speziatura fine?
Una sensazione minerale?
Una maggiore complessità?
Oppure rimane soltanto una componente che domina tutte le altre?
Un finale elegante non ha bisogno di gridare.
Ha bisogno di essere coerente con tutto ciò che lo ha preceduto.
Non esiste una formula matematica.
Possiamo però imparare a farci alcune domande durante la degustazione:
C’è qualcosa che domina inutilmente il resto?
L’acidità sostiene il vino oppure lo rende rigido?
Alcol e struttura sono integrati?
Nei rossi, il tannino costruisce oppure disturba?
Il legno accompagna il vino oppure attira continuamente l’attenzione?
Il finale è soltanto lungo oppure lascia una sensazione precisa e armonica?
Non stiamo cercando un singolo indicatore.
Stiamo osservando una relazione.
Ed è probabilmente questo il punto più importante: l’eleganza non appartiene a una componente del vino, ma al modo in cui tutte le componenti riescono a convivere.

Negli anni trascorsi a degustare e selezionare vini francesi ho imparato a diffidare dei vini che cercano di convincermi immediatamente attraverso la forza.
Non perché intensità o concentrazione siano difetti.
Ma perché ciò che cerco è più difficile da costruire.
Cerco vini nei quali il frutto non debba coprire il territorio, il legno non debba dimostrare il lavoro di cantina e l’alcol non debba diventare sinonimo di struttura.
Vini che abbiano identità senza bisogno di esibirla.
È anche uno dei principi alla base del Metodo dell’Ultimo Bicchiere™: non fermarmi all’impatto iniziale, ma osservare come il vino evolve durante la degustazione, come le sue componenti rimangono in relazione tra loro e quale impressione lascia nel tempo.
Perché l’eleganza, almeno per come la intendo io, non nasce dall’assenza di carattere.
Nasce dal contrario:
avere carattere senza aver bisogno di alzare la voce.

Quando si parla di Chablis, una delle prime cose che si imparano è che qui esiste un solo vitigno: lo Chardonnay.
È corretto, ma secondo me non è il modo migliore per iniziare a capire Chablis.
Perché se ci fermassimo al vitigno sarebbe difficile spiegare come possano nascere vini così diversi all’interno di un territorio relativamente circoscritto. Uno Chablis, un Premier Cru Vaillons, un Montée de Tonnerre o un Grand Cru Grenouilles sono tutti Chardonnay.
Eppure raccontano luoghi differenti.
È questo l’aspetto che trovo più interessante quando assaggio e seleziono uno Chablis: il vitigno rimane lo stesso, mentre cambia il luogo da cui proviene.
Per comprendere davvero questi vini bisogna quindi guardare sotto la vigna, osservare la collina, capire da quale parte del Serein ci troviamo e, progressivamente, arrivare fino al singolo Climat.
Chablis è uno dei territori francesi che meglio permette di capire cosa significhi davvero la parola terroir.
Chablis si trova nello Yonne, nella parte settentrionale della Borgogna.
Geograficamente è separato dalla Côte d’Or e il vigneto si sviluppa intorno alla cittadina di Chablis e lungo la valle del Serein, il fiume che attraversa il territorio.
Il clima è relativamente fresco e la vite si confronta storicamente con condizioni non sempre semplici: maturazioni lente, differenze tra esposizioni e rischio di gelate primaverili hanno contribuito a definire profondamente l’identità di questa zona.
Qui si producono esclusivamente vini bianchi da Chardonnay, articolati in quattro denominazioni:
Petit Chablis, Chablis, Chablis Premier Cru e Chablis Grand Cru.
Ma prima di entrare nella classificazione bisogna guardare ciò che si trova sotto i nostri piedi.
Quando si parla del terroir di Chablis, prima o poi compare una parola apparentemente complicata: Kimmeridgiano.
Vale la pena capirla.
Circa 150 milioni di anni fa questa zona era ricoperta dal mare. Nel tempo si formarono depositi calcarei e marnosi che oggi costituiscono una delle caratteristiche geologiche fondamentali del vigneto.
Nei terreni del Kimmeridgiano troviamo un’alternanza di calcare e marna e la presenza di piccoli fossili marini, tra cui quelli della Exogyra virgula, una minuscola ostrica fossile diventata quasi un simbolo della geologia di Chablis.
Accanto al Kimmeridgiano esiste un’altra formazione geologica, più recente: il Portlandiano, oggi indicato come Tithoniano.
In termini generali, il Petit Chablis si trova soprattutto sui plateau e sulle parti più alte dei versanti, dove sono maggiormente presenti questi terreni più recenti. Chablis, Premier Cru e Grand Cru si sviluppano invece prevalentemente sui versanti caratterizzati dalle formazioni kimmeridgiane.
Questa distinzione aiuta a comprendere il territorio, ma bisogna evitare le formule troppo facili.
Capita spesso di leggere che i fossili o il calcare “passino” direttamente nel vino producendo il suo carattere minerale.
Preferisco essere più prudente.
Quando durante una degustazione parliamo di mineralità, pietra, gesso o pietra focaia stiamo descrivendo sensazioni che associamo al vino. Il suolo influenza profondamente il comportamento della vite, il drenaggio, la disponibilità idrica e la maturazione dell’uva, ma il rapporto tra geologia e gusto è molto più complesso di una semplice trasmissione del sapore della roccia al grappolo.
Per capire Chablis non abbiamo bisogno di trasformare il terroir in una formula magica.
La realtà è già abbastanza affascinante.
Il Serein divide idealmente il vigneto in due grandi aree:
Rive Gauche, la riva sinistra;
Rive Droite, la riva destra.
Chi comincia ad approfondire Chablis incontra spesso questa distinzione e può essere tentato di utilizzarla come una classificazione stilistica.
La Rive Gauche viene frequentemente associata a vini più aperti, floreali e fruttati; la Rive Droite a espressioni più tese, profonde e minerali.
È una chiave di lettura interessante.
Ma non è una legge.
All’interno di entrambe le rive cambiano esposizione, inclinazione della collina, altitudine, profondità dei terreni e microclima.
Per questo preferisco utilizzare Rive Gauche e Rive Droite per orientarmi sulla mappa, non per prevedere automaticamente ciò che troverò nel bicchiere.
A Chablis, più approfondiamo il territorio, più dobbiamo passare dalle generalizzazioni ai singoli luoghi.

Questa è probabilmente una delle parole più importanti per capire Chablis.
In Borgogna, Climat non significa clima meteorologico.
Indica una porzione di vigneto precisamente delimitata, identificata nel tempo per le proprie caratteristiche geografiche, geologiche, storiche e viticole.
A Chablis esistono 47 Climats che possono comparire in etichetta: 40 appartengono allo Chablis Premier Cru e 7 allo Chablis Grand Cru.
Dei 40 Climats Premier Cru, 24 si trovano sulla Rive Gauche e 16 sulla Rive Droite.
I sette Grand Cru si trovano invece tutti sulla Rive Droite.
Questi numeri sono utili, ma ciò che conta davvero è il concetto che nascondono.
Più entriamo nel territorio, più il nome scritto sull’etichetta diventa preciso.
Ed è qui che lo Chardonnay diventa uno straordinario strumento per leggere Chablis.
La classificazione di Chablis viene spesso rappresentata come una piramide:
Petit Chablis → Chablis → Chablis Premier Cru → Chablis Grand Cru.
È utile per orientarsi, ma può creare un equivoco.
Non considero questi quattro livelli semplicemente come una scala che parte dal vino meno buono e arriva al vino migliore.
La classificazione è prima di tutto geografica.
Indica da dove provengono le uve e quanto precisamente quel territorio è stato delimitato e riconosciuto.
Il Petit Chablis nasce soprattutto nelle zone più alte dei versanti e sui plateau, prevalentemente su terreni geologicamente più recenti rispetto al Kimmeridgiano.
Può rappresentare l’espressione più immediata e diretta del territorio.
Il nome “Petit” non dovrebbe però farlo considerare automaticamente uno Chablis di serie B.
Proviene semplicemente da zone differenti.
Lo Chablis AOC costituisce il cuore della denominazione.
Ed è proprio qui che si capisce quanto l’indicazione generale non racconti ancora tutta la storia.
Due vini entrambi classificati come Chablis possono provenire da vigne con esposizioni, età e posizioni molto differenti.
È qualcosa che ritrovo chiaramente anche nel lavoro di Domaine Testut, il vigneron di Chablis che ho scelto per Siblis.

Il Domaine lavora parcelle situate in differenti aree del territorio, permettendo di seguire un percorso che parte dallo Chablis e arriva fino al Grand Cru.
Confrontare uno Chablis Rive Droite con uno Chablis Vieilles Vignes è già sufficiente per capire una cosa fondamentale: la denominazione ci dà una prima informazione. La vigna comincia a raccontarci il resto.
Arrivando allo Chablis Premier Cru, la lettura del territorio diventa più precisa.
I 40 Climats Premier Cru sono distribuiti sulle due rive del Serein e sono legati a versanti storicamente riconosciuti per le loro caratteristiche.
Qui personalmente trovo molto più interessante confrontare i luoghi che costruire classifiche.
Prendiamo tre Premier Cru presenti nella selezione Siblis:
Vaillons, Forêts e Montée de Tonnerre.
Stesso vitigno.
Stessa denominazione.
Tre luoghi differenti.

Vaillons è uno dei nomi storici della Rive Gauche.
La sua posizione e la sua esposizione permettono di osservare un’interpretazione dello Chardonnay diversa da quella che incontreremo attraversando il Serein.
È proprio questo tipo di confronto che cerco quando seleziono più vini dello stesso produttore: non avere semplicemente più etichette, ma avere la possibilità di leggere differenze territoriali reali.
Forêts si trova anch’esso sulla Rive Gauche ed è uno dei Climats collegati a Montmains.
Il terreno presenta le caratteristiche marne kimmeridgiane a poca profondità e una posizione diversa rispetto a Vaillons.
Vaillons e Forêts ci insegnano qualcosa che considero importante.
Non basta sapere di essere sulla Rive Gauche.
Bisogna chiedersi dove, su quale versante e in quale Climat.
Più conosciamo Chablis, meno funzionano le scorciatoie.
Attraversando il Serein arriviamo a Montée de Tonnerre, sulla Rive Droite.
È uno dei Premier Cru più conosciuti di Chablis e si trova in una posizione particolarmente interessante, nelle vicinanze della collina dei Grand Cru.
Nella parcella lavorata da Domaine Testut le vecchie vigne si trovano su terreni argillo-calcarei di origine kimmeridgiana.
Se mettessimo idealmente uno accanto all’altro Vaillons, Forêts e Montée de Tonnerre, la domanda che mi interesserebbe meno sarebbe:
qual è il migliore?
Preferirei chiedere:
cosa cambia passando da un luogo all’altro?
È una domanda apparentemente semplice, ma cambia completamente il modo di avvicinarsi al vino.
Al livello più preciso della classificazione troviamo Chablis Grand Cru.
L’appellazione occupa una superficie molto limitata sulla Rive Droite del Serein, a nord-est della cittadina di Chablis.
I Grand Cru riconosciuti sono 7:
• Blanchot
• Bougros
• Les Clos
• Grenouilles
• Preuses
• Valmur
• Vaudésir
Si trovano sulla stessa grande collina, ma ciascun Climat possiede una propria posizione, esposizione e identità.
Ancora una volta abbiamo Chardonnay.
Ancora una volta cambia il luogo.
Ed è forse qui che diventa più evidente una delle idee centrali della cultura borgognona: salendo nella gerarchia, non aumenta soltanto il prestigio del nome.
Aumenta la precisione geografica.
Nella selezione Siblis il percorso attraverso Chablis arriva fino al Grand Cru Grenouilles, prodotto da Domaine Testut.
Per me non rappresenta semplicemente “il vino più alto della gamma”.
Rappresenta il punto finale di una lettura territoriale.
Possiamo partire da uno Chablis, confrontare vecchie vigne, attraversare la Rive Gauche attraverso Vaillons e Forêts, tornare sulla Rive Droite con Montée de Tonnerre e arrivare infine sulla collina dei Grand Cru.
A quel punto Grenouilles assume un significato diverso.
Non è più soltanto un nome prestigioso scritto sull’etichetta.
È diventato un luogo sulla mappa che abbiamo imparato a leggere.
Ed è esattamente ciò che cerco quando costruisco una selezione: non accumulare bottiglie, ma creare collegamenti che aiutino a comprendere un territorio.
È una delle domande più frequenti quando ci si avvicina alla denominazione.
La risposta più semplice sarebbe dire che il Grand Cru rappresenta il livello più alto della classificazione e generalmente possiede caratteristiche adatte a una maggiore profondità e capacità di evoluzione.
Ma fermarsi qui sarebbe poco interessante.
La differenza tra Chablis Premier Cru e Grand Cru nasce prima di tutto dalla delimitazione del territorio.
I Premier Cru provengono da Climats riconosciuti distribuiti sulle due rive del Serein.
I Grand Cru provengono invece esclusivamente dai sette Climats della collina Grand Cru sulla Rive Droite.
Questo significa anche che la classificazione non dovrebbe sostituire ciò che accade realmente nel vigneto e nel vino.
Il produttore, l’annata, l’età delle vigne, le scelte di vinificazione e soprattutto il singolo Climat continuano a contare.
La classificazione ci aiuta a leggere il territorio.
Non sostituisce la degustazione.
Anche questa è una domanda alla quale preferisco non rispondere indicando un vincitore.
Se vogliamo conoscere Chablis, la cosa più interessante è proprio confrontare.
Rive Gauche e Rive Droite sono due punti di osservazione.
I diversi Premier Cru sono ulteriori ingrandimenti della mappa.
Il Grand Cru ci porta ancora più vicino.
Quando assaggio vini provenienti da parcelle differenti cerco proprio questo: capire se il luogo rimane leggibile, se il vigneron riesce a interpretarlo senza coprirlo e se ogni vino possiede una propria identità.
Non cerco necessariamente il vino più potente o quello che impressiona maggiormente al primo assaggio.
Cerco coerenza, precisione ed equilibrio.
E soprattutto cerco un vino capace di raccontarmi da dove viene.
Dopo aver capito questa geografia, leggere una bottiglia diventa molto più interessante.
La prossima volta che incontri uno Chablis, prova a seguire questo percorso.
Prima guarda la denominazione:
Petit Chablis, Chablis, Premier Cru o Grand Cru?
Se trovi Premier Cru o Grand Cru, cerca il nome del Climat.
Poi prova a localizzarlo:
Rive Gauche o Rive Droite?
Infine guarda il produttore.
Perché il terroir non lavora da solo: c’è sempre qualcuno che coltiva quella vigna e decide come trasformare l’uva in vino.
A quel punto non starai più leggendo semplicemente un’etichetta di Chardonnay.
Starai iniziando a leggere una porzione precisa di Chablis.
Se vuoi approfondire la selezione di vini Chablis che ho scelto per Siblis, puoi esplorare le diverse interpretazioni di questo territorio.
Chablis è sempre Chardonnay?
Sì. Petit Chablis, Chablis, Chablis Premier Cru e Chablis Grand Cru sono vini bianchi prodotti da Chardonnay.
Ciò che cambia profondamente è il luogo di provenienza: posizione, esposizione, terreno e Climat.
Quanti Grand Cru ci sono a Chablis?
I Climats Grand Cru sono 7: Blanchot, Bougros, Les Clos, Grenouilles, Preuses, Valmur e Vaudésir.
Sono tutti situati sulla Rive Droite del Serein.
Quanti Premier Cru ci sono a Chablis?
Sono 40 i Climats che possono comparire in etichetta come Chablis Premier Cru: 24 sulla Rive Gauche e 16 sulla Rive Droite.
Cosa significa Kimmeridgiano a Chablis?
Il Kimmeridgiano è una formazione geologica del Giurassico superiore caratterizzata dall’alternanza di marne e calcari e dalla presenza di fossili marini.
È una delle chiavi fondamentali per comprendere il terroir di Chablis.
È questo il motivo per cui considero Chablis uno dei territori più belli per avvicinarsi al concetto di terroir.
Abbiamo un solo vitigno.
Una superficie relativamente circoscritta.
Un fiume.
Due rive.
Quattro denominazioni.
47 Climats tra Premier Cru e Grand Cru.
E una quantità sorprendente di interpretazioni differenti.
Il vitigno non cambia.
Cambia il luogo.
Quando iniziamo a capire perché Vaillons non è Forêts, perché Montée de Tonnerre non è semplicemente “un altro Premier Cru” e perché Grenouilles occupa una posizione precisa sulla collina dei Grand Cru, Chablis smette di essere soltanto il nome di un grande vino bianco francese.
Diventa una geografia che possiamo imparare a leggere.
Ed è questa, personalmente, una delle cose che amo di più del vino francese:
prima ancora di raccontarci un vitigno, può raccontarci un luogo.
Vini alsaziani: Domaine Gueth. Quando nel Febbraio del 2019 decisi di intraprendere questa avventura insieme alla mia compagna e la nostra amica a quattro zampe Chablis, scegliemmo l'Alsazia come prima regione vitivinicola francese da conquistare. Eravamo già stati in questa splendida regione, ed eravamo entusiasti di tornarci ma ora con un nuovo obbiettivo: trovare il primo Vigneron e il primo vino che facesse sognare, innamorare noi e i nostri futuri clienti.
Partiti in auto pieni di speranze ed euforia, girammo l'Alsazia in lungo e in largo tra cantine e vignerons; senza trascurare però le bellezze dei panorami, delle città e il buon cibo. Fu una settimana di sole bellissima, molto intensa ma il vino che ci doveva far innamorare tardava ad arrivare. Non è affatto facile trovare una piccola realtà che faccia vini artigianali, di grande qualità, trovarla in poco tempo e soprattutto che non lavori già in Italia. Trovare l'anima del vino è difficile ma incredibilmente bello quando c'è la passione nel cercarla.
Avevo perso quasi le speranze, il rientro in Italia era vicinissimo, mancavano due giorni. Il Giovedì mattina eravamo da Sylvie, una vigneron con cui stavamo facendo una degustazione nella sua cantina. Gli spiego il mio progetto e a fine degustazione mi consigliò una certa Muriel Gueth. Andammo così nel pomeriggio dello stesso giorno a Gueberschwihr dove si trova il piccolo Domaine.
Eravamo anche un pò scoraggiati e stanchi ma è bastato un colpo d'occhio e l'accoglienza di Muriel per capire che eravamo nel posto giusto, finalmente! Al primo sorso di vino, dissi alla mia compagna: Silvia, ci siamo, questa volta ci siamo davvero. La bontà del suo Crémant Brut Rosé ci riempì subito di gioia e in un attimo eravamo li a parlare d'importazione e progetti. Muriel, una donna che ha l'amore incondizionato per il mondo del vino e il rispetto per la natura. Una donna con una passione immensa, estremamente gentile, solare e con una grande personalità. Vedendo in noi la stessa grande passione, scelse di collaborare con me senza esitare.

Un pomeriggio indimenticabile, trascorso in allegria con splendidi vini e vigneti. Il pomeriggio che ha messo la base a questo mio progetto, non lo dimenticherò mai. Muriel, mi ha aiutato molto in questi anni e ci ha sempre accolti nella sua casa, come se fossimo di famiglia, ogni volta che siamo ritornati. Il rapporto umano che si instaura con i vignerons è bellissimo e unico, un rapporto dove la parola data e la stretta di mano contano più di qualsiasi altra cosa: cose d'altri tempi.
La bravura di Muriel la ritroverai nei suoi vini, valorizza ogni parcella per evidenziare la grande importanza che ha il Terroir. Ed è molto brava anche nel vinificare tanti vini senza trascurarne nemmeno uno. Non è semplice trovare un Vigneron che vinifica tante tipologie di vitigni e parcelle che danno vita a tanti vini, ognuno con la sua personalità e ognuno vinificato con lo stessa passione ed impegno. Non sbaglia un vino Muriel, Chapeau!
L'Alsazia, terra di grandi vitigni come il Riesling, Pinot Gris, Gewurztraminer, Pinot Noir, di vini gastronomici, di piccoli borghi dove il tempo sembra essersi fermato. Imperdibile e affascinante il periodo natalizio, un'atmosfera meravigliosa. Una terra abitata da grandi persone, Ralph il marito di Muriel mi disse 'scherzando': L'Alsazia? Il miglior mix tra la Francia, Svizzera e Germania.
L' Alsazia è una delle più famose regioni vitivinicole francesi, terra dell'emozionate vino alsaziano bianco. I vitigni presenti in Alsazia sono i seguenti:
Ogni vitigno ha la sua caratteristica, personalità e terroir. I vitigni in Alsazia sono molto differenti tra loro e danno vita a dei vini con un'ampia varietà e a vini gastronomici. La catena montuosa dei Vosgi a sinistra dei vitigni, gioca un ruolo fondamentale nel micro-clima e nella protezione dei vigneti alsaziani dal clima continentale atlantico.

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Il Crémant d'Alsazia, la finezza e l'eleganza in un calice. Molti produttori in Alsazia decidono di produrre il Crèmant vinificando più vitigni insieme, come ad esempio il Riesling, il Pinot Blanc e il Sylvaner o l'unione di due dei tre vitgni. Il Domaine Gueth gestito dalla bravissima Vigneron Muriel si distingue proponendo due Crémant in purezza:
Entrambi sono vinificati con il metodo champenoise con una rifermentazione in bottiglia di 20 mesi. Il Crémant d'Alsazia Brut viene prodotto con il solo vitigno Pinot Blanc Auxerrois. Caratteristica del vitigno è l'acidità minore rispetto ad altri vitigni come il Riesling. Una bollicina molto piacevole e fruttata; il Crémant d'Alsazia Brut Rosé invece viene prodotto in purezza con il vitigno Pinot Noir. Una bollicina Rosé che ti conquisterà per la grande piacevolezza, la finezza del perlage e le meravigliose note di frutti rossi.
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Decanter: il mio utilizzo? Un ottimo vaso per i fiori...Vado un pò controcorrente, e non per il piacere di farlo, il decanter proprio non mi piace; non vedo il motivo per usarlo. Non ne metto in dubbio il suo funzionamento, ovvio che è uno strumento perfetto e utile per ossigenare un vino chiuso o con molti anni alle spalle. Me lo hanno spiegato anche al corso Ais per diventare Sommelier professionista.
Quello che mi domando e francamente non capisco è: perchè devo compromettere il piacere unico e meraviglioso di gustarmi al naso e al palato l'evoluzione dall'inizio alla fine di un vino?! Provo a spiegarmi meglio... Come dicevo poco fa, il decanter viene usato fondamentalmente per ossigenare un vino con diversi anni alle spalle. Versandolo nel decanter, il vino subisce un rapido processo di ossigenazione e si 'apre' prima. Gli aromi che troverai nel vino sia al naso e in bocca, sono già tendenzialmente quelli dello stadio finale.
Perchè mi devo perdere quel fantastico viaggio emozionale e sensoriale dello stato evolutivo del vino, che secondo me, per un appassionato di vino è un'emozione stupenda e imperdibile. Per apprezzare questo fantastico 'viaggio' non occorre utilizzare il decanter ma è sufficiente un pò di tempo e soprattutto un gran calice, in tutti i sensi. Un calice di qualità è importante ma è ancor più importante utilizzare un calice idoneo al vino che si sta bevendo.
Versi un pò di vino nel calice e inizia il 'viaggio'. E' in questo modo che assapori tutta l'evoluzione degli aromi nel vino, la sua complessità, l'equilibrio, la finezza e la persistenza. Ed è stupendo sentire come a poco a poco il vino cambia nel calice; si evolve, con nuovi aromi e nuove emozioni. Utilizzando il decanter ti perdi gran parte di questo 'viaggio', ed è un gran peccato.
Personalmente l'ho usato molti anni fa e sono anni che non l'utilizzo più. Lo usavo perchè era normale usarlo con certi vini, come se fosse un obbligo. Poi col tempo e soprattutto con l'esperienza di bevute di tanti grandi vini, è cresciuta in me la ferrea convinzione di non usarlo più.
Adoro viaggiare e adoro 'viaggiare' quando mi bevo un gran vino. Ci sono in commercio bellissimi decanter e in certe occasioni tipo: ristorante, occasione speciale, vino imperdibile e poco tempo, ci sta. Ma sono altri discorsi. Non ho buttato il mio decanter, ne ho semplicemente cambiato l'utilizzo: un ottimo vaso di design per dei bellissimi fiori...
Diamo una breve definizione di Champagne e di Crémant: un vitigno che viene vinificato secondo la metodologia Champenoise nella regione dello Champagne si definisce Champagne. Per una questione di denominazione e parte normativa, tutte le altre uve delle altre regioni vitivinicole francesi che vengono vinificate con lo stesso metodo Champenoise dello Champagne si chiamano Crémant.
E' vero che lo Champagne è unico e ineguagliabile ma è altrettanto vero che i Crémant sono prodotti estremamente piacevoli e di qualità. Certo, lo Champagne per una questione di terroir e vitigni ha una complessità maggiore rispetto al Crémant ma sen ben vinificato il Crémant da grandi soddisfazioni. Se prodotto con passione da un gran vigneron, parliamo di una bollicina artigianale, non ha nulla a che invidiare a uno Champagne commerciale, anzi lo reputo superiore.
Parliamo di prodotti differenti perché si utilizzano vitigni differenti e soprattutto terroir differenti anche se vengono vinificati entrambi con la stressa metodologia Champenoise. Personalmente li adoro; sono estremamente piacevoli, con un ottimo perlage, con la loro personalità e un gran rapporto qualità prezzo che fa sempre piacere.
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Come dicevo prima, un gran Crèmant lo considero superiore per finezza del perlage ed equilibrio a tanti Champagne commerciali. Ho trovato molto difficoltà quando sono stato in Champagne a trovare uno Champagne vero, di terroir: dove eleganza, potenza, complessità e finezza si sposano perfettamente. Lo Champagne è un brand famosissimo, probabilmente il più famoso al mondo. Non mi piace e non lo condivido, ma ci sono tanti produttori che hanno capito che basta mettere in etichetta la parola Champagne e vai. Vendite a camionate, soprattutto in Usa, Russia e Cina. E' un rischio che si corre dove la zona è famosa e non solo in Francia, Italia compresa. Più una zona è famosa e più aumenta il rischio di bere 'ciofeche'.
Le regioni vitivinicole francesi dove si produce e viene riconosciuto il Crémant sono:
Durante i miei viaggi in Francia ho avuto la fortuna di trovare, conoscere e di lavorare con bravissimi vignerons che producono ottimi Crémant che troverai in vendita nel nostro portale online Siblis.it.
Il vero Champagne è inarrivabile ma anche un gran Crémant ha assolutamente il suo perchè. Ti conquisterà! Sopratutto lo consiglio a chi si approccia al meraviglioso mondo delle 'bollicine' francesi. Inizia il tuo viaggio...